
Il lucano Filippo Bubbico, viceministro dell’Interno, vicino alle posizioni di Mdp, si è dimesso oggi, martedì 3 ottobre, dal suo incarico di governo, una conseguenza alla decisione sul Def adottata dal movimento, nato dalla scissione del Partito Democratico, dopo che Mdp ha annunciato che non parteciperà al voto di domani, mercoledì 4 ottobre, alla Camera e al Senato, che riguarda la risoluzione sul Def, mentre darà voto favorevole ai nuovi obiettivi programmatici per la cui approvazione è richiesta la maggioranza assoluta.
“La mia posizione sul Def è perfettamente coincidente con quella espressa dai gruppi Mdp alla Camera e al Senato – ha spiegato Bubbico che ha aggiunto – per questi motivi, dopo avere informato il presidente Gentiloni e il ministro Minniti, che apprezzo e ringrazio per la fiducia accordatami, ho rassegnato le mie dimissioni”.
Una notizia che arriva al termine di una giornata di forti tensioni nel centrosinistra, iniziate già mesi addietro e l’altro politico lucano, Roberto Speranza, coordinatore nazionale di Mdp, in poche parole spiega che “In questo momento non mi sento più politicamente dentro la maggioranza”, e questo non è assolutamente una novità, e, così, senza il sostegno dei 16 senatori di Mdp, gli obiettivi programmatici avrebbero rischiato di non passare l’esame del Senato, mentre Giuliano Pisapia si dissocia e resta con il governo.
Per raggiungere la maggioranza assoluta di 161 voti favorevoli, l’apporto del gruppo è sicuramente indispensabile, mentre per le risoluzioni al Def, basta appena la maggioranza, e l’uscita dall’Aula dei senatori di Mdp avrà come effetto l’abbassamento del quorum e la stessa strategia sarà adottata dai 43 deputati bersaniani a Montecitorio, ma, intanto, cosa realmente potrà accadere domani, lo scopriremo molto presto.
Filippo Bubbico, di professione architetto, è nato il 26 febbraio del 1954, in Basilicata, a Montescaglioso, in provincia di Matera, è stato viceministro dell’Interno sotto il ministro Angelino Alfano, nel governo Letta, riconfermato nel governo Renzi e, infine, nel governo Gentiloni.
Redazione
